Otranto

Scrive Maria Corti ne l’ora di tutti che Otranto vista dal mare appare come una fortezza con i bastioni a picco sull’acqua, una rocca catafratta da arcigne strutture che celano un prodigio di casette e viuzze bianche in salita e in discesa, di palazzi dalla mura di tufo. Otranto offre oggi il suo profilo disegnato dalla storia e parla presentandosi attraverso la bocca eternata nel marmo di una lapide sul colle della Minerva “M’intimarono la resa a buoni patti. Li rifiutai. Tenni da me lontani
per undici giorni il nemico. Sui cadaveri di dodicimila figli miei caddi. Ma due giorni dopo mi bastò il cuore di confortare su questo colle, al martirio per la fede di Cristo, altri ottocento figli miei”. In queste poche parole è riassunta una delle pagine più drammatiche e luminose della storia delle genti meridionali. Alle minacce del pascià gli otrantini opposero un orgoglioso rifiuto gettando in mare le chiavi della città. Seguirono i giorni dell’assedio e della caduta con l’irrompere delle truppe turche tra le brecce aperte dall’artiglieria, con i disperati corpo a corpo e la strage di donne e bambini nella cattedrale sotto gli occhi del vescovo Pendinelli colpito a morte mentre celebrava la sua ultima messa. La memoria di quei fatti di eroismo e caduta è diventato orizzonte costitutivo e la si incontra dappertutto percorrendo le tortuose stradine di Otranto. I canti popolari coloriti di immaginose aggiunte leggendarie sono intessuti di continui rimandi su quegli accadimenti, così come la minaccia dei turchi veniva ancora usata, fino a qualche decennio addietro, come spauracchio per bambini indisciplinati. Scendendo dal colle della Minerva è possibile osservare le antiche mura sbrecciate dai mortai dei turchi e agli incroci delle strade, ai lati dei portoni è possibile vedere enormi palle di pietra, quelle stesse bombarde scagliate sulla città cinquecento anni fa durante l’assedio, al cui tremendo potere distruttivo gli otrantini poterono opporre solo l’inane difesa delle frecce e delle balestre. Ora, quei proiettili lapidei rivestono una più pacifica funzione ornamentale, ma continuano a raccontare di quel passato sempre presente nella vita della città. Un passato che continua a narrarsi nella Cattedrale, insigne monumento dell’architettura basiliano-romanica pugliese, con la celebre cripta delle quarantasette colonne in vario stile, che attraversò indomita quegli avvenimenti. Con la città caduta in mano ai turchi il tempio fu trasformato in stalla e lupanare, gli affreschi cancellati, gli altari distrutti, ma una provvidenza della storia risparmiò il grande mosaico pavimentale del frate Panteleone con i suoi tre enormi alberi della vita in tessere policrome. Scrive la Corti “Caro don Pantaleone! Tu scendevi nell’anno di grazia 1165 dal monastero basiliano di San Nicola di Casole, dove avevi fatto la conoscenza con i bestiari, con le belle storie di Alessandro Magno, di Re Artù e ti inginocchiavi sul tuo pavimento: un po’ di tessere tra le mani ed ecco a destra della Porta dell’Eden Re Artù a cavallo, che lotta col gatto di Losanna;  ecco Alessandro vestito di porpora e incoronato alla maniera di Carlo Magno, che si asside sul deretano di due grifoni accostati e graziosamente offre all’uno e all’altro in pasto le palme di gloria”. Il grande racconto musivo del frate medievale finisce alla soglia dell’abside in cui in grandi armadi a vetro sono conservate i resti ossei dei martiri, alcuni ancora rivestiti di tessuti muscolari e tendini, altri con i colpi dei fendenti  delle scimitarre. Qui ogni distanza dal tempo si riduce e ogni pretesa di favola si annulla nella potenza evocativa che scaturisce dalla drammatica concretezza di quei resti umani. Si può ben dire che ad Otranto “quanto narrano le cronache non è lava impietrata, ma ancora calda in questo corno d’Italia”.
Salento dove andare